Gruppo Archeologico Calatino “Franco Imposimato” - P.zza Matteotti n°1 – c.p.154 – 81024 -Maddaloni -CE-
direttore Francesco Vuolo tel. 0823.435176 - segretario amm.vo Antonio Sarracco tel. 0823.434073

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Museo Archeologico di Calatia - tel.: 0823.200065 - fax.:0823.403493
Casino dei Duchi Carafa della Stadera - via Caudina,313 81024 Maddaloni (CE)
Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Soprintendenza Archeologica delle Province di Napoli e Caserta

Ingresso gratuito
Orario di apertura
: dalle ore 09.00 alle 19.00
Giorni di chiusura
: tutti i martedì, 1 gennaio, 1 maggio, 15 agosto, 25 dicembre.
Come raggiungerlo:
Autostrada A1 uscita Caserta Sud - SS7 direzione Benevento-Maddaloni
Asse di supporto uscita Cancello - SP7
FS linea Napoli Caserta via Cancello staz. Maddaloni
Fotografie e riprese filmate:
sono consentite senza flash o lampade e senza cavalletto
Portatori di handicap:
Sono predisposti percorsi per disabili
Realizzazione:
Elena Laforgia, Eva Nardella, Enzo Petito

IL MUSEO

I lavori di restauro del Casino Carafa sono ancora in corso, malgrado ciò si è rienuto di dover aprire al pubblico, con la prima esposizione di reperti archeologic, i locali approntati al piano terra. La mostra si articola sulla storia del territorio, della città e della necropoli, anticipando con una breve sintesi quelli che saranno i temi che costituiranno il fulcro dell’esposizione definitiva che interesserà il primo piano.

IL TERRITORIO

Una storia che ha proceduto, come nei più tormentati racconti di avventure, per salti, continuità e fratture, ha scolpito l’attuale fisionomia dell’attuale territorio di Maddaloni, conferendogli un carattere autonomo e una sua eredità. Ai margini della piana campana, in un punto di confluenza e controllo per le vie che conducevano alle regioni interne del Sannio, l’area appare stabilmente occupata già a partire dall’età del bronzo. Il comprensorio acquisirà, però, una prima forma di unità culturale con la nascita, nell’ultimo quarto del VIII secolo a.C., di un piccolo abitato retto da ricche aristocrazie. Nella storia scritta, il centro compare solo con le guerre sannitiche, quando ormai ha assunto il nome di Calatia ed è occupato dal popolo dei Campani. Vi si parlava osco, usi e costumi erano culturalmente dipendenti dalla vicina e potente Capua.  Attorno alla città è il ricco contado: le ricerche archeologiche permettono di registrare la presenza di un capillare sistema di sfruttamento delle risorse agrarie, mediante una rete di fattorie. Passata la tempesta delle guerre sannitiche, successivamente coinvolta nel bellum annibalicum con alterne vicende, a partire dal II secolo a.C. Calatia si integra in un paesaggio ormai romanizzato. Di questa storia si leggono tracce significative del reticolo dell’antica divisione agraria voluta dai Romani dopo le guerre puniche e nel sistema viario, dominato dall’Appia, la grande arteria voluta da Roma che la collegava al meridione, passando per Capua e , appunto , Calatia. Nel territorio a un momento di crisisegue una più blanda ripresa di epoca repubblicana e un boom improvviso in epoca imperiale (I-II d.C.). Con il IV e V secolo d.C. il territorio conosce una forte flessione.

LA CITTA’

I recenti scavi urbani hanno permesso di recuperare nuovi dati sulla forma della città. Per definire il periodo cronologico di vita del centro possediamo un archivio involontario (vetrina II, 1): uno scarico di materiali, una piccola montagnola che testimonia della cultura materiale dell’abitato e della sua continuità dalle fasi orientalizzanti fino al tardo impero. Gli scavi condotti in più punti dell’abitato permettono di costruire racconti dalla cui unione rivivono brevi stralci della storia della città. Tra la fine dell’VIII secolo e gli inizi del VII secolo a.C., indizi consentono di proporre la presenza di una cinta fortificata, che disegna la forma all’incirca circolare dell’abitato che si conserverà per tutto l’arco della sua vita, ma del tessuto abitativo più antico poco conosciamo. Alla fine del IV a.C. i dati di scavo permettono di riconoscere una cesura qualitativa: il vecchio abitato viene sostituito da un tessuto urbanistico regolare, composto da strade  (cardini e decumani) che si incrociano ad angolo retto. E’ il momento delle guerre sannitiche e della costruzione della via Appia. Delle case e dei monumenti pubblici di questa fase è possibile riconoscere solo poche tracce, a causa di una profonda ristrutturazione che in seguito stravolge l’immagine del centro tra il II ed il I sec. a.C., con un nuovo impianto monumentale (sala 2, vetrina II). Dalle case, dalle piazze, dalle stradesignificativo è il recupero di frammenti di vita quotidiana: iscrizioni graffite su vasi, bolli di fabbrica sui materiali edilizi, piccole immagini in terracotta (sala 2 vetrina III), nettaorecchie, spilloni per abiti e quelli in osso per le acconciature delle ricche matrone, monili e monete, abbandonate o perse nel corso della loro circolazione. Infine uno dei tanti immondezzai (sala 2 vetrina IV) formatosi nel II secolo d.C. : tra pentole, brocche, ciotole e piatti per apparecchiare la mensa, anfore per il trasporto delle derrate, riaffiora l’istantanea di un giorno in una città romana, dei suoi consumi, delle sue reti commerciali ed economiche.

LE NECROPOLI

La città dei morti circonda la città dei vivi, restituendo integro quel vasellame che la quotidianità frammenta nel corso del tempo. Nello scorrere dei secoli mutano gli usi e i costumi funerari; resta invariata, in forme e modi diversi, la consuetudine di deporre oggetti e vasi insieme al defunto. Le tombe più antiche si datano all’ultimo quarto dell’VIII sec. a.C.: sono a fossa con copertura  a ciottoli di calcare (sala 3A). Nei corredi (sala 5, vetrine X e XI) alla ceramica di produzione locatesi associa quella di importazione greca la quale, sotto la spinta della colonizzazione greca in Campania, affluisce nei centri dell’interno. Dal VII sec. a.C. le sepolture sono a fossa semplice  (sala 3B); il corredo è composto da vasellame per l’accumulo e la conservazione delle derrate alimentari e da quello per la distribuzione ed il consumo delle vivande (sala 5G e vetrina IX). Sul volgere del secolo si diffonde l’uso del bucchero (sala 5, vetrina VIII). Tra la fine del VI e gli inizi del V sec. a.C. i corredi sono composti da pochi vasi in ceramica attica (sala 4, vetrina VII). La semplificazione ed il lusso, unitamente all’adozione , per personaggi eminenti, del rito dell’incenerazione, dimostrano come anche Calatia, per il tramite dell’etrusca Capua, si fossero acquisiti gusti e tendenze della cultura ellenica. Dalla metà del IV secolo a.C. compaiono i vasi a figure rosse di produzione locale (sala 4, vetrinaVI); le tombe sono a cassa di tufo ed a fossa con copertura di tegole (sala 3 C e D). nelle tombe ad incinerazione della prima età imperiale romana si ritrovano i resti combusti del letto funebre(sala 4 , vetrina V); successivamente si afferma il rito della inumazione e i bambini piccoli sono deposti all’interni delle anfore da trasporto  (sala 3F).

CASINO CARAFA

Il Casino Starza Penta, una delle più significative emergenze storiche e monumentali della città di Maddaloni, oggi destinata a sede del Museo Archeologico di Calatiae del suo territorio, fu una delle residenze principali dei Carafa della Stadera. Nel 1465 Diomede Carafa della Stadera ottenne in feudo (1465-1487)  da Ferrante d’Aragona il territorio di Maddaloni. Nel 1552 l’edificio venne citato nell’atto di donazione che Diomede II fa alla moglie Roberta Carafa di Stigliano, individuato come Starza della Masseria delle Torri. Nel 1610, la si trova citata come “Starza Penta”, tra i beni di Diomede IV. La struttura della Masseria delle Torri nella fase cinquecentesca e ascrivibile al tipo ampiamente diffuso della “masseria fortificata”con torrette di avvistamento. Bisognerà attendere l’ascesa al potere del settimo duca Marzio III (1660-1703) per assistere alla trasformazione dell’assetto architettonico e della destinazione d’uso della Masseria di Starza Penta, con un radicale intervento di restauro che a partire dal 1660 portò alla trasformazione della masseria in elegante “Casino di caccia” e “Villa d’ozio”, senza però perdere di vista l’attività produttiva della contigua azienda agricola. La villa si trovava all’ingresso orientale della città, lungo l’asse viario che conduceva al Bosco di Calabricito e non lontano dal Bosco dell’Olmo Cupo, entrambi famosi per la ricca selvaggina. Non a caso, rappresentato con simbologia utilizzata per i “casini di caccia” e per le “masserie” a carattere residenziale, il casino della Starza compare anche nella Carta topografica delle Real Cacce di Terra di Lavoro e loro adiacenze incisa nel 1784 dal Rizzi Zannone e poi nel foglio 10 del suo monumentale Atlante, nel 1808. Gli elementi caratteristici del Casino della Starza, riscontrabili anche nella tipologia edilizia di molte ville d’ozio dell’area campana tra fine seicento ed inizio settecento,  sono costituiti da un postale con accesso alla strada, seguito da un atrio e un vestibolo porticato suddiviso in tre campate, che si apre in un ampio cortile; esternamente, sul lato ovest, è ubicatala cappella dedicata a S.Maria del Carmine. Il rifacimento del Casino della Starza dovette essere completato dal figlio di Marzio , Carlo I (1703 – 1717) intorno al 1710, come attesta la data impressa nello splendido stemma di famiglia che campeggia al centro della volta dell’androne. Durante il regno di Carlo di Borbone l’edificio conobbe il periodo di maggior lustro, in quanto spesso ospitava il sovrano nelle sue frequenti battute di caccia. Con la partenza di Carlo   per la Spagna, nel 1759, per il Casino della Starza cominciò un lento declino. Francesco Saverio Carafa, principe di Colubrano, risistemò nel 1811il bel giardino all’italiana sul lato orientale del palazzo, come attesta l’iscrizione fatta apporre sull’elegante portale marmoreo d’ingresso, di stile neoclassico. Il Casino di Starza Penta restò fino alla metà dell’800 in possesso dei principi di Colubrano; requisito nel 1850 per alloggiare un contingente di 170 soldatidel 13° “Cacciatori svizzero”, fu restituito ai Carafa nel 1855. Nel 1856 il Casino  venne acquistato da Raffaele Palladino che risistemò la facciata. Nel 1939 fu espropriato e assegnato prima al Demanio Militare e nel 1993 a quello Storico Artistico.

Elena Laforgia.